L’Asprinio di Aversa, una storia millenaria di squisita genuinità

Presentando questa breve ricognizione sull’Asprinio di Aversa, appare utile ricordare le parole con cui Nicolò Tommaseo invitava a riflettere su come conoscere meglio l’umanità dell’uomo, approfondendo la conoscenza dei luoghi dove vive.

Infatti il critico e letterato dalmata, che ha pubblicato opere improntate ad un alto ideale di fede e patria, scriveva: “Uno dei più grandi vantaggi dell’Italia sono le vestigia e le memorie di civiltà, fresche e vive non solo nelle città grandi, ma forse più e meglio nei luoghi minori, nei quali l’antica Italia è più da riconoscere che in altri, e nei quali agli occhi miei è la più sicura speranza”.

Questa riflessione va condivisa ancora oggi perché delle nostre contrade, cioè dei posti dove siamo nati e viviamo, respiriamo nell’anima l’alito vitale. Di esse portiamo impresse nella mente il carattere e conserviamo nel cuore le innumerevoli testimonianze di vita e di cultura, di usi e costumi, che, quale inestimabile patrimonio di saggezza antica, da custodire e valorizzare, ci hanno lasciato i nostri padri e nonni, a loro volta ereditandoli da avi e trisavoli. Tutto questo ha animato nel tempo il tessuto connettivo ed ha vivificato la trama della vitalità delle popolazioni, rimanendo un lascito molto significativo per il presente e una valida proposta per il futuro, fermo com’è nella memoria o meglio nella “memoria storica” della gente.

Pertanto, la sua conoscenza offre la possibilità di avere una chiara lettura, talvolta da fare in filigrana, della ricchezza umana e della forte spiritualità nostre, grazie alla verità dei valori di cui ancora siamo portatori. Essendo strettamente legati e connessi in un insieme organico, diventano l’”ubi consistam” di un bene che dà la forza per continuare ad amare la vita dei campi. L’agricoltura va vissuta con fiducia e speranza, onde continuare ad essere protagonisti e non comprimari del domani delle comunità e dell’avvenire dei figli. Coltivando la terra, si può continuare ad essere il “contadino beato che lavora il campo che brilla, nel cielo che fa festa”, per dirla con il poeta Mario Tobino.

La terra, cui dobbiamo riconoscenza sempiterna, perché con noi è di una generosità infinita, anche quando è magra e arida, non tradisce mai chi ne rispetta il naturale susseguirsi dei suoi ritmi stagionali e la tratta con passione: la cifra distintiva dell’amore, vero motore del mondo.

Allora, raccontato sul filo dei ricordi e delle esperienze vissute in prima persona ed anche per gli altri motivi che vi si ritrovano narrati, buon viaggio nell’antica coltura della vite.

1. NELLA FERTILE TERRA DI LAVORO

La fertile Terra di Lavoro, “olim Campania felix”, quale fu definita dai Romani, è caratterizzata dalla dolcezza del clima, la fertilità del suolo e la magnificenza dei paesaggi. Questo territorio, identificato come “ager campanus”, (si ricordi che “ager” nella madre lingua latina letteralmente significa: “terreno coltivato” e forse per questo la nostra Provincia era detta “Terra di Lavoro”), racconta una presenza antica di mirabili bellezze architettoniche, grandiosi monumenti e capolavori d’arte unici.

E’ una risorsa di inestimabile valore che, commista ad un peculiare stile di vita, improntato ad un particolare rapporto viscerale con la terra, ha spinto da sempre le popolazioni autoctone a coltivarla per ottenere la piena valorizzazione delle grandi risorse agroalimentari, che per alcune specialità realizzano una squisita genuinità ineguagliabile.

La “cura” degli agricoltori, sottolineando che in latino la parolina vuol dire” avere a cuore”, è stata nei secoli – e lo è ancora oggi – così attenta e sagace che la nostra terra è amata per i suoi prodotti prelibati. Non è senza significato che Francesco Petrarca definiva il nostro come il “Bel Paese” e che i nostri antenati pensavano che, senza saperlo, ci trovassimo a vivere nel cosiddetto “ventre della vacca”!

Tra le “eccellenze” di questo territorio spiccano i vini, che qui si producono in ampia varietà fin dalla notte dei tempi: addirittura, come dice un noto stornello romano, “fin dai tempi di Noè”! Ricordiamo tra gli altri: il Falerno, il Greco e il Faustiniano, che furono considerati “vini di Papi, Re e Imperatori”. Non è casuale che la Campania vanti ben quattro vini DOCG (Denominazione di Origine Controllata e Garantita): Fiano, Greco di Tufo, Taurasi ad Avellino, Aglianico del Taburno a Benevento, mentre nell’elenco dei DOC regionali sono inseriti ben quindici vini tipici locali, contrassegnati dalla DOP/DOC. Tra questi, gareggia per il primato l’Asprinio di Aversa, che, incredibile a dirsi, vanta una storia millenaria.

2. UN PO’ DI VINO “CLASSICO”…

Già Omero aveva simboleggiato il vino come dono di ospitalità e strumento di inganno. Infatti, nell’Odissea (cap. IX, versi 345-360) Ulisse racconta ad Alcinoo, re dei Feaci, sulla cui isola è giunto naufrago, il suo incontro con Polifemo: “Allora io al ciclope parlai, avvicinandomi con in mano un boccale del mio nero vino, dicendogli: «Ciclope, to’, bevi il vino, dopo che carne umana hai mangiato, perché tu senta che vino è questo che la mia nave portava. Per te l’avevo recato come un’offerta, se, avendo pietà, m’avessi lasciato partire; invece tu fai crudeltà intollerabili, pazzo! Come in futuro potrà venire qualche altro a trovarti degli uomini? Tu non agisci secondo giustizia»! Così dicevo e lui prese e bevve. Gli piacque terribilmente la dolce bevanda; e ne chiedeva di nuovo”. Alla fine ne trangugiò tanto che si ubriacò e finì accecato dall’inganno ordito dall’astuto Re di Itaca, “l’uomo dal multiforme ingegno”!

Ma di vino si parla pure nella lirica greca fin dal settimo-sesto secolo a.C. Infatti Alceo, il poeta di Mitilene, contemporaneo della poetessa Saffo, lo individua come medicina del dolore, così dicendo: “Non devi mai ai mali conceder l’anima; a nulla giova soffrire e piangere, o Bucchi; far portare il vino e inebriarsi è il solo rimedio”. Non solo, ma il vino è buono sia per scacciare il freddo dell’inverno che per rinfrescarsi durante la calura dell’estate, perché dice: “il freddo scaccia, la fiamma suscita il dolce vino con l’acqua tempera nel cratere senza risparmio”. E poi, aggiunge: “Inumidisci i polmoni di vino. La costellazione del cane (la Canicola) compie il suo giro. La stagione è soffocante. Tutto ha sete per la calura”. Senza dimenticare Virgilio (I secolo a.C.), che dedica il secondo libro delle Georgiche alla coltura degli alberi e in particolare a quella della vite, elogiando l’Italia per la fertilità del suo suolo. Infatti così la saluta “Salve, grande madre di messi” (Georgiche, II, v.173).

E che dire di Orazio (I secolo a.C.), che riprende il tema del vino (Ode, I, 9, vv. 5-8), con questa invocazione: “Sciogli il freddo, aggiungendo in abbondanza legna nel focolare e versa più generosamente, o Taliarco, il vino vecchio di quattro anni dall’anfora sabina”. E quando si dovette festeggiare la vittoria su Cleopatra, “fatale monstrum”, Orazio invitò a brindare dicendo: “Nunc est bibendum,nunc pede libero pulsanda tellus” (Ode, I, 37, v. 1-2) che significa “Ora bisogna bere, ora bisogna danzare a piede scalzo”.

“Et si parva licet conferre maxinis “, (mi si perdoni per questa “fescennina licentia”, che mescola il sacro al profano), della vite e del vino parla anche il Vangelo. Infatti Cristo dice agli Apostoli: “Io sono la vite e voi i tralci”, invitandoli ad andare per il mondo- eùntes docète – ad annunziare la “lieta novella”. Quasi ad apporre il “suggello di … vino “, Gesù alle Nozze di Canaa trasforma l’acqua in vino, suscitando la meraviglia dei commensali: era per davvero un ”vin santo”!

E, “absit iniuria verbis“, chissà che proprio questo miracolo non abbia ispirato l’eterno “bastian contrario” che è l’uomo, a fare l’inverso, cioè ad annacquare, il vino e farlo anche con acqua di pozzo: una pratica diffusa tra cantinieri ed osti, specialmente quando si accorgevano che il bevitore cominciava a dare i numeri, “a sbaniare”!

3. “…E UN PO’ DI “MODERNO”

Ma ora veniamo ai tempi nostri. L’area geografica denominata “agro aversano” – una parte di quel territorio un tempo chiamato “Liburia” – è una “terra promessa” e felice, che ospita genti dalle consolidate e radicate tradizioni. E’ così densa di memoria da diventare un luogo in cui da ogni punto di osservazione rivive la storia. Benedetto Croce ha osservato che “il paesaggio italiano è parte integrante dell’identità nazionale”.

Qui, insieme alla mozzarella, il così detto” oro bianco”, uno dei tesori scoperti dai Borboni, primeggia un vino unico al mondo, denominato “Asprinio”. Non è casuale che tra le cose buone di Aversa, come la polacca e la mozzarella, figuri primo nell’elenco.

L’origine di questo eccellente vino si fa risalire addirittura all’epoca etrusca, perché si pensa che nelle feconde pianure nostre vi fosse una specie di “vitis silvestris” che produceva un’apprezzata qualità di vino dal sapore volpino, frizzante, asprigno e dissetante. C’è addirittura chi attribuisce questa coltivazione ai coloni provenienti dalla antica Grecia: non è senza significato che i romani dicevano: “Graeco more bibere”, vale a dire, bere secondo il costume greco.

C’è pure chi vuole farlo arrivare dalle nostre parti al seguito del Re di Francia Luigi XII, sbarcato in Campania nel 1500. La tesi più accreditata ci riporta al Trecento, cioè ai tempi del sovrano Roberto D’Angiò, che avrebbe incaricato il proprio cantiniere Louis Pierrefeu di individuare “i dolci declivi della campagna aversana”, come posto migliore per impiantare vitigni che assicurassero alla corte una ricca riserva di spumante e, perché no, anche grappoli e pigne di uva da mangiare, appena colti.

La scelta si rivelò giusta. Infatti, le viti, impiantate sotto gli alberi di pioppo, che fungevano da sostegno, crescevano in altezza e a festoni, consentendo così la nascita di quella caratteristica uva (la famosa “uva di campagna”) che oggi non si trova facilmente, essendo diventata una preziosa rarità.

L’unicità dell’Asprinio va attribuita senza dubbio a questa particolare uva e a come cresce. Bionda e abbondante, fu prescelta proprio grazie al fatto che gli Angioini, venendo dalla Francia meridionale, ben conoscevano le qualità peculiari del buon vino, fatto con l’uva delle viti assistite nel loro sviluppo in altezza, dai pioppi a cui si facevano poggiare i tralci. Nacquero così le “viti maritate”, che si sviluppavano, cosa rara a vedersi, anche oltre i dieci metri. Fino a qualche tempo fa, le nostre ubertose campagne erano ricche di filari di alberate (“antennecchia”), che purtroppo oggi vanno sempre più scomparendo.

4. C’ERA UNA VOLTA LA VENDEMMIA…

Al tempo della vendemmia, (‘a vennegna) esperti vendemmiatori (“vilignatori”), con lunghe ed esili scale (“scalilli”), e caratteristici panieri, raccoglievano in ampie tinozze i grappoli di uva. Con tanto lavoro, svolto con competenza e passione dall’alba al tramonto, provvedevano alla raccolta delle pigne, sistemate poi da contadini e viticoltori nei barili (“varrili”).

A tal proposito si ricorda che, essendo i contadini (campagniuoli) per la gran parte analfabeti, e perciò incapaci di “leggere, scrivere e far di conto”, come si diceva una volta, pretendevano che al pagamento pattuito per ogni singolo barile caricato sulla carretta (‘a sciarretta) si applicasse la regola “nuvant’, nuvant’, varril’, varril’“: come a dire ”contadino …scarpe grosse e cervello fino”!

Gli acquirenti, di solito gestori di “cantine”, provvedevano alla premuta dei biondi acini con il torchio (‘o trocchio) da cui fuoriusciva il prezioso liquido, che si conservava nelle botti, sistemate in fila, una accanto all’altra, nella grotta (abbascio ‘a rotta) di tufo (posta fino a 10 metri di profondità), dove si scendeva con la candela, essendo illuminata solo dal cosiddetto “lume di grotta”. Sperando che non si ubriacasse, altrimenti si doveva ricorrere allo zolfo. Infatti c’era sempre chi diceva: “s’è ‘mbriacata ‘a rotta, s’adda ‘nzurfà”! Questa pratica di affinamento sfruttava la naturale capacità della roccia di mantenere la corretta temperatura per un’ottimale evoluzione del nettare, che cosi rimaneva fresco e vivace per un lungo lasso di tempo.

In quelle giornate di festa, queste operazioni diffondevano per le strade un profumo cosi inteso da ispirare il poeta Giosuè Carducci, che scriveva nella poesia “San Martino” questi plastici versi “… per le vie del borgo dal ribollir de’ tini va l’aspro odor dei vini l’anima a rallegrar…”! A tal proposito ricordo quel noto proverbio che dice:” A San Martino ogni mosto è vino” come a voler sottolineare il fatto che il mosto, cioè il succo ottenuto dalla pigiatura dell’uva, fermentando, si trasforma in vino.

Quello che restava, la cosiddetta “vinaccia” (‘a menaccia), vale a dire l’insieme di bucce e graspi dell’uva spremuta, essendo un residuo della vinificazione, era usata per preparare vinelli, distillati, mangimi ed anche combustibili. Anche la feccia (’a feccia), vale a dire quel deposito melmoso che si formava nei vasi usati per la sedimentazione del vino, veniva usato come un fertilizzante. Il ciclo della natura non prevede alcuno spreco!

5. …E LA RACCOLTA

I giorni dedicati alla vendemmia erano una festa ed uno spettacolo: arrivavano nei vigneti uomini che erano perfetti equilibristi. Ognuno portava la propria scala personale, stretta e lunga, alta una decina di metri e appuntita in alto. Era personale perché i pioli erano posizionati ad un’altezza adatta alla presa della gamba del vignaiolo. In sostanza ogni piolo aveva un incavo centrale in cui si incastrava il ginocchio, non solo per fare maggiore presa ma sopra tutto per avere entrambe le mani libere.

Questi “acrobati”, solitamente di statura medio bassa e dal peso corporeo leggero, mettevano nel salire e scendere e nello spostarsi da destra a sinistra per staccare i grappoli quella agilità che è propria delle scimmie. Incuranti della legge di gravità, offrivano prestazioni degne di un circo equestre: a vederli all’opera si rimaneva incantati!

L’uva raccolta veniva messa in un cestello, la “fascina “(‘a fescina), che finiva a punta ed aveva la larghezza della scala, in modo che, quando la si calava, le due stanghe laterali facevano un po’ da binario. Una volta a terra, preceduta dal grido di avvertimento “’a sotto”, la sua coda appuntita si conficcava nel terreno e, rimanendo stabile, non ne fuoriusciva un acino.

Il contenuto subito era analizzato dal proprietario/coltivatore con occhio esperto e, se c’era poca uva e tante foglie, immancabile giungeva l’espressione: “aimmo fatto ‘a prima fescina chiena ‘e ciaccuni!”, vale a dire: qui si profila un raccolto scarso, perché gli acini d’uva non erano tanti ma le foglie abbondanti.

La modalità di coltura prescelta permetteva che si arrivasse alla maturazione, mantenendo una colorazione giallo – verdognola e dorata, proprio grazie alla distanza tra il suolo e i grappoli, che con il calore del sole e l’effetto dei raggi infrarossi maturavano gradualmente. Così facendo, l’uva, non solo manteneva quel tipico colore ambrato, (un po’ come la malvasia) ma conservava pure un alto grado di acidità.

Questo modo di impiantare e raccogliere era- e resta- un patrimonio inestimabile dell’enologia campana che ha saputo, anche grazie alla natura dei terreni piroclastici, coniugare la conformazione geologica del sottosuolo alle capacità dell’uomo di interpretarne al meglio le potenzialità e ottenere quindi il prodotto migliore. Anche per questo l’Alberata Aversana è diventata patrimonio dell’Unesco.

6. ANDIAMO A BERE IN CANTINA…

E come faceva in passato a consumarlo chi voleva bere questo vino fuori dalla tavola domestica? Andava nella cantina, dove, nel pomeriggio e di sera, ci si intratteneva specialmente tra persone… anta: da qui il noto detto “doppo ‘a cinquantina se lassa ‘a mugliera e se piglia ‘a cantina”.

La cantina doveva essere riconosciuta “senza ‘a frasca”, perché, dicevano gli intenditori, “il vino buono si vende senza la frasca” …ovverossia senza l’insegna. Spesso era anche osteria (bettola o taverna) cioè un locale pubblico dove nelle classiche bottiglie bianche a bocca larga, da ¼, ½, o da 1 litro si serviva il nettare divino. Esisteva anche la cosiddetta “taverna ‘e notte e jurno” , che possiamo indicare come il primo esempio nella storia della ristorazione di un “servizio h24”, come si dice oggi.

Qualcuno lo smezzava con la “gazzosa”, (‘a gassosa) che, essendo una bibita preparata con acqua, anidride carbonica e zucchero, facilitava la digestione e “del cul facea trombetta”, come avrebbe detto il sommo poeta Dante! In cantina ci si intratteneva a discutere e a giocare a carte tra amici, conoscenti e parenti, accompagnandosi con un gustoso e continuo sorseggiare di cui essi stessi si giustificavano, dicendo: “‘u vin’ è ‘u latt’ de’ viecchi”!

Talvolta era organizzata pure con un servizio di trattoria, che dava da mangiare a pagamento anche ad avventori di passaggio, i quali per il bere si raccomandavano all’oste che il vino fosse prelevato dalla “botte piccola”, in omaggio al detto:” Nella botte piccola c’è il vino buono” … che, come si sa, fa pure buon sangue, mentre “’a fatica fa ittà ‘o sang’ ” ! Quando l’oste non era onesto, al cliente non restava che dirgli: “’stu vino sap’ ‘e votta” e magari aggiungeva: “non ti pago”, citando così il grande Eduardo De Filippo… ante litteram!

Sostituta da attrezzatture moderne, questa maniera artigianale è testimoniata dal fatto che, fino a qualche decennio addietro, nei cortili delle cantine si ritrovavano ancora alcuni degli attrezzi che servivano per la vendemmia, la distribuzione della bevanda e la sua vendita al minuto: torchi e pigiatrici, tini e tinozze, botti e barili, imbuti e cannelle, bottiglie e damigiane, fiaschi e bottiglioni, sugheri e tappi, turabottiglie e imbottigliatrici. Erano gli strumenti utili alla migliore riuscita delle operazioni collegate alla vendemmia e alla conseguente immissione nel mercato.

Questo conferma le grandi capacità dei nostri antenati di esercitare al meglio l’arte di coltivare la terra e renderla più fruttifera, quale segno del loro amore per i campi. Infatti spesso dicevano: “aggio passato ‘a vita mia ‘int‘a campagna”!

7. …MA CHE SIA D.O.C.

Dopo un lungo percorso, costellato da conferenze e relazioni tecniche, audizioni e convegni, organizzati dalle Associazioni di categoria e coordinate dalla Regione Campania, l’Asprinio di Aversa diventa D.O.C. Grazie alla acquisizione del marchio Denominazione di Origine Controllata, oggi ha un meritato posto nel “Top dell’Enologia Italiana”, non solo perché è figlio di un’uva che non ha eguale, ma perché, avendo una gradazione alcolica dell’11,50%, un sapore asciutto ed un colore paglierino chiaro, con lievi riflessi verdi, è un ottimo vino da pasto, specialmente se si serve ad una temperatura tra i 10 e 12 gradi, secondo il “disciplinare di produzione”.

L’inebriante nettare aversano, che in Provincia di Caserta si produce per la maggior parte nei Comuni dell’agro aversano e in tre della Provincia di Napoli, ha interessato la coltivazione di più di un migliaio di ettari con una produzione di oltre diecimila quintali di vino ogni anno. Per il suo sapore squisito è famoso quasi quanto lo “champagne” francese, conservato nei “barriques” (‘o varricchio), è diventato, in forza della sua genuinità, più forte non solo sui mercati nazionali ma anche in quelli esteri, dove la concorrenza degli altri “bianchi” è veramente agguerrita.

Inoltre, questo vino, che può essere offerto anche come “spumante”, si può produrre sia nella versione “demi-sec”che in quella “brut”. Avendo un inconfondibile profumo tipico ed elegante, unito ad un “perlaire” sottile e invitante, si adatta superbamente, se servito freddo, anche ad antipasti, tartine, stuzzichini, piatti di pesce, crostacei e molluschi. Senza dimenticare che c’è chi beve questo spumantino, leggero e brioso quant’altri mai, anche come “vin de dessert”, cioè vino da dopo pasto e chi lo accompagna pure alle torte, magari con una degustazione di “passito”, (“vin de paille”) cioè di vino fatto con l’uva passa.

Ma, oltre queste forme evolute di consumo e degustazione, l’asprinio è una vera delizia del palato se è servito fresco nel “pizzopapero” (“mettite ‘n frisco ‘o vino, ca me voglio ‘mbriancà”, dice una nota napoletana) magari con dentro tante belle fette di pesca gialla (‘a percoca), che bastavano al godimento delle generazioni che ci hanno preceduto.

8. IN VINO VERITAS, MA LA VIRTU’ STA NEL MEZZO… LITRO

Del resto, l’Asprinio di Aversa non è noto soltanto in Campania, ma viene apprezzato anche da grandi enologi e raffinati intenditori, quali sono Luigi Veronelli e Mario Soldati, che nelle loro pubblicazioni specializzate, l’hanno ampiamente lodato. Avendo un sapore un po’ acidulo, è considerato in perfetto “pendant”, non solo con la mozzarella – la regina della tavola – ma è pure il compagno ideale della pizza (altro che “’na pizza e ‘na birra”) e di piatti semplici e di buon gusto, in quanto crea un equilibrio quasi perfetto tra cibo e vino.

La freschezza e l’asprezza sono dovute al suo grado di acidità, che nella versione “spumante DOC “, fatto con il 100% di Asprinio, lo rendono delicato e con una spuma persistente. Inoltre presenta quel colore giallo con lievi riflessi smeraldo, che lo fa diventare fragrante, tanto da connotarlo per le sue virtù dissetanti e la capacità di rinfrancare dalla fatica, perché, essendo leggero, non ubriaca, per cui se ne può bere qualche bicchiere in più! Attenzione, però: c’è anche da starne in guardia, perché lo stomaco… pieno deve riguardarsi dall’Asprinio genuino che, facendo digerire tutto velocemente, fa ricominciare a mangiare e a bere disinvoltamente.

Lo stesso Bacco, dio del vino (quello del simpatico detto popolare “me pare ‘zi bacco ‘ncoppa ‘a votta”), che, secondo i romani, inventò l’aratro e insegnò all’uomo, oltre all’apicoltura, l’arte di produrre e conservare questa accattivante bevanda, raccomandava di non esagerare. Non a caso, secondo un noto adagio, può accadere, come per tabacco e venere, che dal bere in maniera smodata si può essere ridotti in cenere.

Anche per questo il Mazzarino, tra i consigli che dava ai governanti, suggerì di essere particolarmente attenti, quando si sedevano alla scrivania e a tavola, oltre che ad “avere uno specchio davanti a sé, per vedere che cosa si fa alle loro spalle”, di osservare pure tanta cautela nel bere il vino. Infatti, scriveva nel “Breviario dei politici” argutamente il Card. Giulio: “Finché sta nel bicchiere, ne fai quello che vuoi. Ma quando l’hai messo nel corpo, è lui a far di te quello che vuole”.

E questo già lo sapevano anche gli antichi, che, non senza motivo, ammonivano “in vino veritas!”, come a dire “la verità è nel vino”. Infatti, quando fa diventare brillo qualcuno, lo fa cantare, cioè svelare segreti riposti, verità inconfessabili, pensieri inesprimibili e confidenze inimmaginabili. Questo accade perché, se uno “sta fatto ‘a vino”, cioè è alticcio, diventa, essendo inebriato dal bere, incosciente, per cui nei fumi dell’alcool rivela fatti occulti e “scopre altarini”, a volte dannosi per se stesso e altrui!

Perciò, se non ci sono controindicazioni del medico, un bicchiere di buon vino fa solo bene alla salute, purché se ne faccia un uso moderato, in quanto, come si suol dire, “in medio stat virtus”: una frase che allegramente si può tradurre anche cosi” la virtù sta nel mezzo…litro”! Allora, come suggerisce la nota canzone napoletana, ” vino, vinello”, visto che “ per la donna il mascolo è un trastullo e io so’ stato Arlecchino e Pulcinella”, chi si ritrova così sfortunato faccia un bel “ brinneso alla salute”, per dimenticare “ chella mirosa mia che s’è spusata”… con un altro, lasciando il malcapitato, sedottto e abbandonato o, come si dice dalle nostre parti, ” curnuto e mazziato”!

di Giuseppe Diana

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